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Fondi Comuni di Investimento – Costi da Conoscere

Effettuare i propri investimenti tramite gli strumenti del risparmio gestito è certamente un modo valido per ottenere diversificazione e professionalità nella gestione dei propri risparmi. Chiaramente la gestione professionale ha un costo che grava sui risultati realizzati nel tempo da tale tipologia di strumenti

I costi di cui sono gravate le performance dei fondi comuni d’investimento possono essere suddivisi in tre grandi categorie. La prima raggruppa i costi legati all’ ingresso, al passaggio tra comparti diversi e all’uscita dal fondo; tali costi vengono definiti rispettivamente commissioni di sottoscrizione, di switch e di rimborso.

La seconda categoria si riferisce ai costi legati alla gestione quotidiana del fondo o detti anche commissioni di gestione. Infine, la terza riguarda i costi sostenuti per incentivare il gestore a realizzare performance soddisfacenti, le cosiddette commissioni di performance o d’incentivo.

Per quanto riguarda la prima categoria, è giusto ricordare che le commissioni di rimborso (una percentuale calcolata sul controvalore delle quote liquidate) sono oramai state abbandonate da quasi tutti i principali gestori. Rimangono in alcuni rari casi commissioni di rimborso sottoforma di tunnel, ossia in quei casi in cui la percentuale diminuisce fino ad azzerarsi con il passare del tempo (es. 3% se il rimborso avviene nel primo anno, 2% nel secondo 1% nel terzo 0% dal quarto in poi) e sono giustificate dall’obiettivo di adeguare l’orizzonte temporale del cliente con l’orizzonte del fondo prescelto.

Se un investitore decide di passare da un comparto di investimento ad un altro gestito dalla medesima Società di Gestione del Risparmio (SGR), in alcuni casi vengono addebitate le commissioni di switch, in forma di percentuale del controvalore delle quote di cui si richiede il passaggio. Spesso la commissione non viene richiesta se il passaggio è tra due comparti con la stessa commissione d’ingresso, mentre nel caso in cui si decida di passare da un comparto con commissione d’ingresso più basse (es. comparti monetari) ad uno con commissioni d’ingresso più alte (es. comparti azionari) la differenza viene recuperata come commissione di switch.

Le commissioni d’ingresso, essendo spesso appannaggio della rete distributiva, possono essere ridotte fino al 100%, generando in questi casi un accesso al fondo “no load”, ossia senza nessun carico iniziale per il sottoscrittore. Detto questo bisogna precisare che le SGR sono obbligate a dare nel regolameto di gestione un’indicazione di massima sui costi d’accesso ai loro fondi che normalmente sono pari a zero sui comparti monetari, 1-2% sui comparti obbligazionari e misti, 3-5% sui comparti azionari e flessibili. E’ importante sottolineare come queste percentuali siano del tutto indicative poiché ogni SGR ha la sua politica ed ogni rete distributiva può modificarla come precisato sopra.

Le commissioni di gestione costituiscono invece, in buona parte, la remunerazione del gestore del fondo e, per la parte residua, spettano alla rete di distribuzione in virtù dell’assistenza e della consulenza post-vendita che essa dovrebbe svolgere. Tali spese sono indicate nel regolamento di gestione in termini percentuali rispetto al patrimonio gestito dal fondo e prelevate giornalmente in modo che incidano in egual misura su tutte le quotazioni di un anno. Normalmente sono più basse sui comparti con basso profilo rischio/rendimento (es. 0,2%-0,6% sui fondi monetari) e aumentano con l’aumentare del profilo (0,8%-1,5% sugli obbligazionari e 1,8%-2,5% sugli azionari e flessibili).

Le commissioni di performance sono una sorta di premio che spetta al gestore, solo nel caso in cui riesca a superare determinati obiettivi di rendimento in un determinato arco di tempo. Negli ultimi anni sono state oggetto di un acceso dibattito poiché, essendo calcolate di anno in anno e con criteri diversi, sono fra tutti i costi gravanti sul fondo, i meno trasparenti. Per porre rimedio è intervenuta la Banca d’Italia, nell’aprile dello scorso anno con un proprio regolamento, che ha stabilito dei criteri base per l’applicazione di dette commissioni. Innanzitutto si stabilisce che le commissioni di performance non possono essere applicate su archi temporali inferiori ai 12 mesi, si obbliga la SGR ad inserire nel regolamento del fondo sia le condizioni per l’applicazione delle provvigioni (es. un rendimento del valore unitario della quota del fondo superiore di N punti percentuali rispetto all’indice cui si intende fare riferimento) sia l’entità percentuale della stessa. Nel caso in cui la SGR non stabilisca nel regolamento un indice cui far riferimento né un obiettivo di rendimento, la commissione di performance può essere applicata solo se il valore della quota sia aumentato e il valore raggiunto sia superiore a quello più elevato mai raggiunto in precedenza, applicando la cosiddetta regola del “high watermark”. Queste regole hanno l’obiettivo di creare maggiore omogeneità tra le SGR su questo tipo di costi, in modo da rendere maggiormente confrontabili fondi gestiti da SGR diverse.

La somma delle commissioni di gestione e commissioni di performance non esaurisce però il totale dei costi che annualmente sono prelevati dalle disponibilità del fondo. A queste due componenti (il primo certo, il secondo variabile nel se e nel quanto) ne vanno aggiunte altre di minore entità, ma non per questo trascurabili, che le SGR possono addebitare sul fondo: il compenso per la banca depositaria, il compenso per la società di revisione, le spese di pubblicazione della quota, il contributo di vigilanza, per le spese legali e giudiziarie. La somma di tutti questi elementi fornisce il cosiddetto TER (Total Expense Ratio) ossia il costo effettivo totale, variabile di anno in anno e non determinabile a priori, della gestione del fondo comune d’investimento. Per ovviare all’incertezza legata all’effettivo costo della gestione del fondo, il Regolamento della Banca d’Italia del 14 aprile 2005 ha inserito anche il concetto di “fee cap” ossia una percentuale massima, indicata dal regolamento del fondo, che non può essere superata dalla somma di tutte le varie tipologie di commissioni.

Un’altra disposizione prevista del regolamento, che mira a rendere più trasparenti i costi di gestione, è la possibilità data alla SGR di stabilire una provvigione unica fissa comprensiva di tutti i costi a carico del fondo.

Il risparmiatore, nella selezione dei fondi comuni d’investimento, deve necessariamente tener conto dei costi nelle molteplici forme ammissibili. Semplici da valutare ed immediati sono i costi d’ingresso mentre, come abbiamo, visto è più difficile sapere in anticipo a quanto ammonteranno i costi di gestione ed incentivazione. In questo secondo caso la scelta deve comunque ricadere su fondi comuni d’investimento ben gestiti, indipendentemente dal costo annuo sostenuto.

Esistono degli studi, effettuati da enti indipendenti, che dimostrano come costi di gestione più elevati, anche di due punti percentuali, vengono facilmente ripagati nel tempo da una gestione efficiente. Al contrario un fondo mal gestito molto spesso dilapida rapidamente un eventuale risparmio sui costi. Questo accade soprattutto nei comparti dove l’abilità del gestore è più importante come in quelli dei fondi azionari, flessibili, misti e obbligazionari a spread. Nei comparti monetari ed obbligazionari governativi a breve invece la componente costo è maggiormente determinante rispetto alla qualità della gestione.

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